Un organo “insospettabile” potrebbe aver contribuito alla nascita dell’intelligenza umana

Nessuno lo avrebbe immaginato: l’intelligenza umana potrebbe aver ricevuto una spinta decisiva non solo da geni e neuroni, ma da un organo a lungo sottovalutato e apparentemente distante dal cervello.
Secondo una nuova ricerca, l’intestino, o meglio, i microrganismi che lo abitano, avrebbe giocato un ruolo chiave nell’evoluzione delle nostre capacità cognitive.Per decenni, lo sviluppo del cervello umano è stato spiegato quasi esclusivamente attraverso fattori genetici e metabolici.
Il nostro encefalo, proporzionalmente il più grande tra i primati, è anche uno dei più esigenti in termini energetici: richiede enormi quantità di glucosio per funzionare e svilupparsi. Ma da dove arriva tutta questa energia? E perché alcune specie l’hanno saputa incanalare nel cervello più di altre?
Un gruppo di ricercatori della Northwestern University ha cercato risposte in un luogo insolito: il microbioma intestinale. Precedenti studi avevano già suggerito che i batteri dell’intestino potessero influenzare il metabolismo complessivo dell’organismo. Ora, però, emerge una nuova ipotesi: alcune comunità microbiche avrebbero favorito direttamente l’espansione cerebrale nel corso dell’evoluzione.
La sperimentazione si è svolta su topi privi di flora intestinale. A ciascun gruppo sono stati trapiantati i microbi provenienti da tre primati differenti: umani, saimiri (dalla grande encefalizzazione) e macachi (a cervello relativamente piccolo). Dopo otto settimane, gli effetti a livello cerebrale sono stati sorprendenti.
I batteri cambiano il cervello (letteralmente)
I topi colonizzati con microbi umani e dei saimiri mostravano una forte attivazione di geni coinvolti nella produzione di energia e nella plasticità sinaptica. Questi sono i due pilastri funzionali dell’apprendimento e dell’adattamento cognitivo. I loro cervelli, a livello molecolare, cominciavano a comportarsi in modo simile a quelli delle specie donatrici.
Al contrario, i topi con microbi di macaco presentavano espressioni geniche più deboli in queste aree e, in alcuni casi, profili molecolari associati a disturbi neuropsichiatrici umani, tra cui autismo, schizofrenia, disturbo bipolare e ADHD. Non si tratta di una diagnosi animale, ma di una somiglianza con pattern genetici osservati in cervelli umani affetti da queste condizioni.
Un nuovo asse per comprendere evoluzione e malattia
L’idea che l’intestino comunichi con il cervello è ormai accettata nella ricerca medica. Ma che il microbioma abbia contribuito alla nascita dell’intelligenza umana sposta il dibattito su un altro piano: quello evolutivo. Se i “microbi giusti” hanno sostenuto lo sviluppo di un cervello più energivoro e flessibile, la simbiosi tra Homo sapiens e il suo microbiota diventa una componente centrale della nostra storia naturale. Ciò implica anche che eventuali disfunzioni nella composizione del microbioma durante la prima infanzia potrebbero alterare i percorsi neuroevolutivi dell’individuo.
Esporsi ai microbi “sbagliati” nei momenti critici dello sviluppo potrebbe modificare le traiettorie funzionali del cervello e predisporre a disordini cognitivi o comportamentali. Gli autori dello studio, pubblicato su PNAS, sottolineano che questi dati non sono conclusivi, ma aprono scenari completamente nuovi. Comprendere le “regole” di interazione tra microbi e cervello, specie per specie, potrebbe aiutare non solo a ripensare l’evoluzione dell’intelligenza, ma anche a disegnare nuove strategie terapeutiche per i disturbi neuropsichiatrici. E tutto questo, partendo da un organo che raramente associamo al pensiero.
