Sei una donna in ambito STEM e hai la sindrome dell'impostore? Non sei la sola

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Ti capita di sentirti fuori posto, come se prima o poi qualcuno si accorgesse che non meriti davvero ciò che hai ottenuto? Se stai studiando o lavorando in ambito STEM e sei una donna, sappi che quella sensazione ha un nome, una struttura psicologica ben riconosciuta e, soprattutto, una diffusione sorprendente. Non sei affatto la sola.

Il percorso nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche richiede una combinazione intensa di competenze, resilienza e dedizione. Eppure, per molte donne che affrontano studi avanzati in questi settori, ogni traguardo raggiunto è accompagnato da una voce interna che sussurra: “È stato solo un colpo di fortuna”. 

Il riconoscimento esterno (borse di studio, pubblicazioni, premi) si scontra con una percezione soggettiva di inadeguatezza che può diventare cronica. Questa discrepanza tra risultati oggettivi e percezione personale è ciò che la psicologia definisce sindrome dell’impostore

Non si tratta di semplice insicurezza o bassa autostima. Chi ne soffre può avere un curriculum impeccabile, ma resta convinta che il proprio successo sia frutto di coincidenze o di un errore di valutazione da parte degli altri. Il problema non è l’assenza di competenza, ma la difficoltà a riconoscerla come propria.

Un recente studio condotto da Jiyun Elizabeth Shin, docente di psicologia alla Binghamton University, ha rivelato quanto sia esteso il fenomeno: il 97,5% delle donne iscritte a programmi di dottorato in ambito STEM riferisce livelli da moderati ad elevati di impostorismo. Una percentuale schiacciante, che suggerisce l’esistenza di un meccanismo sistemico più che di un disagio individuale.

Quando il talento viene messo in discussione

In contesti storicamente dominati da uomini, il riconoscimento delle donne può essere accompagnato da stereotipi sottili ma persistenti. I messaggi culturali che associano il genio scientifico al genere maschile agiscono a livello implicito, insinuando il dubbio che il merito femminile sia eccezionale, non normale. Le donne appartenenti a minoranze etniche o sociali possono inoltre sperimentare una stratificazione di pressioni, con un impatto ancora più acuto sulla percezione di sé.

Lo studio ha evidenziato un collegamento diretto tra impostorismo, peggioramento della salute mentale e aumento del rischio di burnout. In molti casi, la sindrome si associa a pensieri di abbandono del percorso accademico, nonostante risultati eccellenti. Un elemento aggravante è la mentalità statica, la convinzione che l’intelligenza sia una dote immutabile: ogni errore diventa una prova di inadeguatezza definitiva.

Uscire dal silenzio e cambiare il paradigma

Parlarne apertamente può già fare la differenza. La sindrome dell’impostore prospera nel silenzio e nell’isolamento. Portarla alla luce, riconoscerla come esperienza condivisa e non come colpa personale, permette di spezzarne l’effetto paralizzante. Secondo Shin, il supporto sociale e una visione più dinamica delle competenze possono contribuire a ridurre il senso di frode.

Affrontare questo nodo non significa soltanto migliorare il benessere psicologico delle singole persone. Significa rendere lo spazio STEM più equo, sostenibile e capace di valorizzare il talento nella sua interezza, al di là delle convinzioni interiorizzate e dei condizionamenti culturali.

 

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