Scoperto un raro pigmento blu su un reperto di 13.000 anni fa, e questo cambia le regole sul tavolo

Un’impronta di blu su un frammento di pietra ha scardinato decenni di ipotesi sulla vita simbolica dei nostri antenati.
Per lungo tempo, gli archeologi hanno considerato i pigmenti rosso e nero come gli unici veramente diffusi tra le culture paleolitiche europee. La scarsità di altri colori è stata attribuita alla limitata disponibilità di minerali adatti e a preferenze estetiche legate a funzioni rituali, pratiche o simboliche.
Ma questa visione monocromatica ha cominciato a vacillare con la scoperta di minuscole tracce blu ritrovate in un sito della Germania centrale. In un tempo che credevamo dominato dai toni terrosi del carbone e dell’ocra, si affaccia ora l’eco di un’estetica più raffinata, sorprendente e, soprattutto, invisibile fino a oggi.
Il reperto, datato a circa 13.000 anni fa, proviene dal sito tardo-paleolitico di Mühlheim-Dietesheim. Si tratta di un oggetto litico che inizialmente era stato interpretato come una lampada a olio, ma analisi recenti lo hanno riclassificato come superficie per la preparazione di pigmenti. A renderlo eccezionale è la presenza accertata di azzurrite, un minerale blu brillante fino ad oggi mai documentato nell’arte paleolitica europea.
L’identificazione è stata possibile grazie a un’analisi multidisciplinare condotta da Aarhus University, in collaborazione con ricercatori di Danimarca, Germania, Francia e Svezia. Le indagini spettroscopiche e microscopiche hanno rivelato particelle nanometriche di pigmento distribuite sul reperto, compatibili con la macinazione o il mescolamento del materiale.
Il blu che non doveva esserci
L’azzurrite è rara dal punto di vista archeologico ma anche geologicamente più difficile da reperire, più fragile alla luce e meno stabile rispetto agli ossidi di ferro. Questo ha portato molti studiosi a credere che le popolazioni paleolitiche la ignorassero o non ne conoscessero l’uso. Al contrario, la sua presenza dimostra una competenza mineralogica sorprendente e un’intenzionalità nel selezionare pigmenti in base a proprietà visive e simboliche.
La scoperta suggerisce che il mondo cromatico dell’età glaciale fosse molto più ricco di quanto rivelato dai reperti conservati. Il blu, forse riservato a usi rituali, decorazioni corporee o colorazioni tessili, potrebbe essere scomparso quasi del tutto a causa della sua instabilità e delle tecniche di applicazione, spesso estranee ai supporti durevoli come roccia o osso.
Implicazioni per la cultura simbolica paleolitica
Questo singolo frammento apre una nuova prospettiva sul modo in cui i nostri antenati usavano il colore per esprimere identità, appartenenza e status. Le pratiche estetiche del Paleolitico finale non possono più essere interpretate solo attraverso ciò che si è conservato: devono essere pensate come complesse, stratificate e intenzionalmente selettive, con pigmenti usati in contesti effimeri o rituali, non necessariamente destinati a durare.
Il blu dell’azzurrite, così come lo hanno ritrovato Izzy Wisher e colleghi, è la traccia di una memoria culturale più sofisticata, che il tempo ha cercato di cancellare ma che la scienza, oggi, sta lentamente riportando alla luce.
