Riscaldare casa mandando un messaggio, è possibile? Cosa ci dice la fisica

Anche un film in streaming può scaldare il salotto? Vediamo cosa dice la scienza.
Il gesto quotidiano che ci sembra più distante dalla realtà fisica, come inviare un messaggio o guardare un video online, in realtà attiva catene di eventi complessi e materiali. L’energia digitale, se così si può chiamare, non è fatta solo di bit impalpabili, ma si appoggia a un’infrastruttura pesante, energivora e caldissima: i datacenter.
Queste strutture sono diventate i motori silenziosi della nostra vita connessa. Sorgono nelle periferie delle città, a volte lontano dagli occhi, ma costantemente presenti nelle nostre giornate. Sono ambienti ipercontrollati dove migliaia di processori eseguono milioni di operazioni ogni secondo. E come qualsiasi macchina che lavora senza sosta, generano calore, tanto calore.
Il paradosso è che mentre siamo attenti a spegnere le luci o a ridurre i consumi in casa, continuiamo a chiedere calcoli, risposte, intrattenimento e automazione a questi colossi tecnologici. Con ogni click, con ogni ricerca, attiviamo processi che richiedono corrente elettrica e, di conseguenza, raffreddamento. È in questo snodo che si apre una prospettiva inaspettata: trasformare ciò che oggi è uno scarto in una nuova risorsa.
Nel cuore dei datacenter, le CPU raggiungono temperature che superano gli 80 gradi. Per evitare il surriscaldamento, queste vengono accoppiate a sistemi idraulici in grado di trasportare via l’energia termica. L’acqua che attraversa i moduli di calcolo si riscalda e, in un ciclo continuo, viene oggi in parte raffreddata con ventole o dissipatori che consumano ulteriore elettricità. Ma non è più necessario sprecare tutta questa energia termica.
Quando il calore non si spreca più
L’idea di utilizzare il calore prodotto dai datacenter per alimentare il teleriscaldamento urbano è già in fase di realizzazione. Aziende come A2A stanno sperimentando sistemi in cui l’acqua calda proveniente dai server, anziché essere dissipata, viene convogliata in rete per riscaldare case, uffici, scuole. Non si tratta di un’utopia teorica: in alcuni casi, l’acqua riesce a raggiungere temperature superiori ai 65 gradi, perfettamente compatibili con termosifoni e impianti a pavimento.
Questo sistema permette non solo di recuperare energia che altrimenti andrebbe dispersa nell’atmosfera, ma di ridurre la domanda di combustibili fossili e migliorare l’efficienza complessiva del ciclo energetico. La fisica è semplice: il calore passa naturalmente dal corpo più caldo a quello più freddo. Quindi, se la CPU scalda l’acqua, l’acqua può scaldare le case.

Una rete di dati che diventa rete termica
Ogni volta che usiamo un’applicazione, che carichiamo un contenuto o che interroghiamo un’intelligenza artificiale, mettiamo in moto un ciclo energetico. Con il recupero del calore dai datacenter, questo ciclo può completarsi con un effetto benefico anche fuori dallo schermo.
La crescita esponenziale della domanda di calcolo e l’aumento del numero di datacenter rendono questa prospettiva tutt’altro che marginale. Anzi, è probabile che nelle città più digitalizzate, la quota di riscaldamento proveniente da fonti secondarie come questa diventi rilevante. È una nuova forma di economia circolare, dove non si riciclano solo materiali, ma anche energia. Un’energia invisibile, che ogni giorno produciamo senza saperlo.