"Prof, il diario non serve a niente", così ha detto uno studente: ecco cosa ha risposto il professore

“Ma a cosa serve, prof, un diario di scuola?” La risposta arriva diretta e porta con sé un invito più profondo a rileggere il nostro modo di organizzarci.
Ci sono oggetti scolastici che sembrano resistere al tempo più per abitudine che per reale convinzione. Tra questi, il diario cartaceo occupa un posto ambiguo: un tempo scrigno di segreti e disegni, oggi spesso dimenticato in fondo allo zaino, sostituito da app, notifiche e registri elettronici.
Eppure, dietro quell’agenda a righe si nasconde una funzione che va oltre la semplice annotazione dei compiti. È lo spazio personale dove prende forma la relazione con il tempo, con la memoria e con la responsabilità. La gestione autonoma del proprio carico scolastico è una delle prime palestre per imparare a orientarsi in un mondo sempre più frammentato e accelerato.
C’è però un altro aspetto, meno visibile ma altrettanto decisivo: il diario come oggetto biografico. Un luogo che racconta qualcosa di più profondo dell’annotazione di un esercizio da svolgere. Un luogo che si riempie di scritte, disegni, battute, commenti, fogli volanti e tracce dell’adolescenza. Segni di passaggio, di appartenenza e di crescita.
Nel suo intervento, il professore recupera proprio questa dimensione. Ricorda i suoi diari, conservati come piccoli archivi personali. Rivederli, dice, significa incontrare una versione più giovane di sé stessi, con le sue ambizioni, le sue disorganizzazioni e i suoi tentativi di costruire un ordine. Quel diario era anche un piano di lavoro, una traccia da seguire per non perdere il filo nelle giornate dense di scuola e vita.
Diario e autonomia
Nel momento in cui uno studente afferma che “il diario non serve a niente”, il professore risponde con una visione più ampia, che tocca il tema dell’autonomia. L’organizzazione, sottolinea, è uno degli elementi centrali della crescita. Quando si perde l’organizzazione, si perde la direzione. Il diario, in questa prospettiva, diventa uno strumento concreto per esercitarsi a non delegare.
Se i compiti sono scritti sul diario, allora ci sono. Non c’è bisogno di conferme, né di controlli incrociati. Scriverli, che sia su carta o su un supporto digitale, è un atto di responsabilità individuale. È anche un modo per smettere di aspettarsi che siano sempre gli altri a tenere traccia delle proprie cose.
Scrivere per ricordare
Più che un oggetto scolastico, il diario si rivela così un dispositivo formativo. Scrivere i compiti significa fermarsi, dare peso a ciò che si ascolta e costruire un ponte tra l’oggi e il giorno in cui quelle attività andranno svolte.
E quando, anni dopo, lo si riaprirà per caso, quel diario parlerà ancora. Non dei compiti svolti, ma del modo in cui si è scelto di affrontarli.
