"Prendiamo oltre 200 decisioni inconsce su cosa mangiare ogni giorno", o forse no: un nuovo studio sfata il mito

Da anni circola un numero che colpisce subito l’attenzione: ogni giorno prenderemmo oltre 200 decisioni inconsapevoli su cosa mangiare. È una cifra ripetuta ovunque, dalle riviste di salute ai manuali di auto-aiuto.
Secondo una nuova ricerca, questo dato non racconta affatto la realtà del nostro rapporto con il cibo. E il problema non è solo matematico. Quando si parla di alimentazione, la comunicazione tende a semplificare. Numeri rotondi, frasi d’impatto, stime sorprendenti. Il celebre “facciamo 226,7 scelte alimentari al giorno senza accorgercene” deriva da uno studio del 2007 che ha combinato stime soggettive e domande scomposte in micro-categorie.
Il risultato? Un’inflazione cognitiva: sommando decine di piccole azioni, dove mangio, con chi, a che ora, quanto, si è arrivati a un numero enorme, che però dice poco sulla qualità effettiva di quelle scelte.
I ricercatori del Max Planck Institute for Human Development hanno analizzato criticamente quell’approccio e ne hanno mostrato i limiti. Il fenomeno che hanno individuato si chiama effetto di subadditività: quando una domanda viene suddivisa in molte parti, le persone tendono a dare stime più alte. Non si tratta quindi di decisioni nascoste nel subconscio, ma di un artefatto statistico creato dal modo in cui si raccolgono i dati.
Ma il punto centrale della critica non è solo metodologico. Etichettare l’alimentazione come un processo largamente “automatico” può avere conseguenze dirette sul comportamento. Se crediamo che la maggior parte delle nostre scelte sia fuori dal nostro controllo, rischiamo di sentirci meno capaci di cambiare abitudini, meno responsabili e più vulnerabili a fallimenti ripetuti.
Poche decisioni, ma più importanti
La nuova proposta degli studiosi è quella di tornare alla concretezza: identificare quali decisioni alimentari sono davvero significative. Non è il numero di micro-scelte che conta, ma l’impatto che alcune scelte chiave hanno sulla salute e sul benessere. Cosa mangiamo, quanto ne mangiamo, quando scegliamo di mangiarlo e in quale contesto sociale o emotivo: sono queste le variabili che orientano realmente i comportamenti alimentari.
Questa visione restituisce agency all’individuo e invita a superare la dicotomia tra “scelte consapevoli” e “automatismi”. La maggior parte di noi è in grado di decidere, con coerenza e consapevolezza, cosa mangiare, a patto di essere messo nelle condizioni di farlo.
Ripensare l’ambiente, non i numeri
Una strategia efficace suggerita dai ricercatori è il self-nudging, ovvero la riorganizzazione volontaria del proprio ambiente per facilitare decisioni migliori. Non si tratta di forzature esterne, ma di strumenti cognitivi messi a disposizione dell’individuo: rendere la frutta più accessibile del cioccolato, porzionare i pasti in anticipo, ridurre le tentazioni visive.
Tutto questo si basa su una prospettiva di potenziamento delle competenze decisionali. Non serve moltiplicare le cifre per creare allarme. Serve comprendere dove si collocano davvero le leve del cambiamento. E fidarsi di più della nostra capacità di scegliere.
