Osservati virus mai visti prima: li hanno trovati in questi animali amatissimi

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Nel profondo blu dei Caraibi, dove gli animali si muovono silenziosi tra le onde, si nasconde un universo microscopico ancora largamente sconosciuto. È qui, in tessuti conservati di animali marini ormai scomparsi, che la scienza ha individuato qualcosa di inaspettato.

Il mare, con la sua vastità e dinamicità, sfugge spesso a una comprensione dettagliata della sua biodiversità più intima. Negli ultimi anni, però, le tecnologie di sequenziamento genetico ad alta capacità hanno permesso di scandagliare anche le componenti virali di ambienti considerati finora troppo complessi. 

Il caso degli odontoceti dei Caraibi è emblematico: nessuno sospettava che i loro organismi potessero ospitare forme virali del tutto ignote alla scienza. I cetacei sono tra gli animali più studiati a livello fisiologico e comportamentale, ma poco si sa delle interazioni tra il loro sistema immunitario e l’ambiente microbico marino. 

Finora, soltanto un tipo di circovirus era stato identificato in un cetaceo, nel Pacifico. L’ipotesi di una presenza più ampia, legata magari all’evoluzione profonda di queste specie, era ancora priva di conferme. Ora, qualcosa è cambiato.

Attraverso l’analisi di campioni archiviati provenienti da globicefali e orche del Nord Atlantico, un consorzio internazionale ha identificato sette genomi virali completi, appartenenti a due nuove specie di circovirus. Questi virus, denominati shofin circovirus e orcin circovirus, mostrano caratteristiche genetiche chiaramente distinte, e si collocano in un ramo autonomo all’interno del genere Circovirus, formando un gruppo monofiletico che sembra esclusivo dei cetacei.

Tracce antiche in corpi moderni

Le strutture molecolari analizzate, in particolare la proteina del capside, rivelano peculiarità mai osservate prima. La presenza di un loop esposto in superficie, chiamato E-F loop, di dimensioni quasi doppie rispetto ad altri circovirus noti, suggerisce meccanismi di interazione con l’ospite ancora ignoti. Questo elemento potrebbe indicare un lungo adattamento reciproco tra questi virus e l’organismo dei cetacei.

La scoperta alimenta l’ipotesi di una coevoluzione virale che potrebbe risalire all’origine stessa dei mammiferi marini. Tuttavia, gli scienziati sottolineano che servono dati genetici molto più estesi per confermare questa traiettoria evolutiva. Il collegamento tra questi virus e l’eventuale comparsa di sintomi clinici rimane incerto.

Implicazioni per la salute degli animali marini

Il punto critico, ancora irrisolto, riguarda l’impatto di questi virus sulla salute di orche e globicefali. I circovirus, in altre specie, sono noti per la loro capacità di indurre immunosoppressione, specialmente nei suini e negli uccelli. Un precedente legame ipotizzato tra beaked whale circovirus e condizioni patologiche nei cetacei rende urgente un monitoraggio più sistematico della fauna marina.

Resta da capire come avvenga la trasmissione tra individui, se si tratti di infezioni latenti o acute, e quali siano le implicazioni immunologiche. Intanto, la scoperta di questi virus, rimasti nascosti per millenni nei corpi di creature iconiche, apre un nuovo capitolo nello studio della virologia marina, costringendo la scienza a considerare che, anche negli animali più noti, restano mondi ancora completamente da esplorare.

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