"L’inquinamento è molto più elevato di quanto pensavamo", l’allarme degli scienziati: dobbiamo fare qualcosa

C’è un tipo di inquinamento che non si vede subito, ma che resta nell’aria per giorni, settimane, persino mesi dopo che le fiamme si sono spente. Ora, una nuova ricerca mostra che inquinano molto più di quanto si credesse. E in alcune aree del mondo, il loro impatto è paragonabile a quello delle attività umane.
Quando la vegetazione brucia, il fumo visibile è solo una parte del problema. Oltre al vapore acqueo e alla cenere, si sprigiona un’enorme quantità di composti organici volatili che entrano nell’atmosfera.
Alcuni evaporano subito, altri richiedono temperature più alte per farlo, e restano sospesi nell’aria più a lungo. Sono proprio questi ultimi (IVOC e SVOC, composti organici intermedi e semivolatili) ad aver mostrato un ruolo molto più importante nella formazione delle particelle fini rispetto a quanto finora stimato.
Un team di ricercatori ha integrato per la prima volta questi composti nei modelli globali di emissioni da incendi. Il risultato è un aumento medio del 21% nelle stime di inquinanti organici immessi ogni anno nell’atmosfera da incendi naturali o controllati.
Questo scarto ha implicazioni dirette sulla nostra comprensione della qualità dell’aria, dei rischi per la salute e delle dinamiche climatiche a scala planetaria.
I composti dimenticati che restano nell’aria
La difficoltà nel rilevare IVOC e SVOC è tecnica. Sono composti chimicamente complessi, numerosi e instabili. Per questo, molti studi precedenti si sono limitati ai VOC, composti organici volatili classici. Tuttavia, una volta rilasciati nell’aria, gli IVOC e SVOC tendono a trasformarsi rapidamente in particelle ultrafini, capaci di penetrare a fondo nei polmoni e nel sistema circolatorio umano. Sono questi frammenti invisibili a rendere l’aria pericolosa anche molto tempo dopo la fine di un incendio.
Utilizzando un database globale delle superfici bruciate dal 1997 al 2023, i ricercatori hanno stimato una media di 143 milioni di tonnellate di composti organici emessi ogni anno dai roghi. È un dato che ridefinisce il ruolo degli incendi nella crisi dell’inquinamento atmosferico.
Dove si sommano fuoco e industria
L’analisi ha anche messo in evidenza zone del mondo dove le emissioni da incendi si sovrappongono a quelle antropiche: Asia equatoriale, Africa settentrionale e Sud-est asiatico. In questi luoghi, la qualità dell’aria risente della convergenza tra attività industriali e roghi spontanei o programmati. E le strategie di contenimento dovranno tenere conto di entrambe le sorgenti, con misure mirate per ogni contesto.
Il dato più allarmante riguarda la parità di emissioni tra incendi e fonti umane in termini di IVOC e SVOC. È una soglia che, fino a oggi, non si pensava fosse raggiunta. Eppure, in molte regioni, i roghi naturali sono ormai una componente strutturale della crisi atmosferica. Con l’aumento delle temperature globali e l’estensione delle stagioni secche, l’incidenza degli incendi è destinata a crescere. Comprendere la loro reale portata non è più un dettaglio tecnico: è una condizione essenziale per disegnare politiche climatiche e sanitarie più efficaci. Anche quando il fumo non si vede più.
