I microbi della Terra possono aiutarci a vivere su Marte: l'ultima scoperta degli scienziati

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Nessun mattone, nessun cemento, nessuna navetta carica di materiali da costruzione. Per abitare Marte, gli scienziati guardano altrove: non più alle strutture ingegneristiche tradizionali, ma alla vita invisibile della Terra. 

Piccolissimi microbi, selezionati tra i più resistenti del pianeta, potrebbero diventare i primi veri costruttori extraterrestri. Il sogno di stabilire un insediamento umano su Marte si scontra da sempre con un paradosso logistico: costruire richiede materiali, ma trasportarli da Terra è insostenibile. Le condizioni ambientali del pianeta rosso aggravano la sfida: atmosfera rarefatta, temperature estreme, radiazioni intense e suolo sterile. 

Sopravvivere, prima ancora che vivere, implica costruire rifugi che proteggano e sostengano la vita in un contesto inospitale. L’unica strada percorribile è quella dell’utilizzo in situ delle risorse locali.

È da questa premessa che nasce l’idea di usare il suolo marziano, la regolite, come base per creare materiali da costruzione. Ma la regolite è sabbia inerte, povera di leganti naturali. Per trasformarla in un aggregato solido, serve qualcosa in grado di modificarla chimicamente. E qui entrano in scena due microrganismi terrestri, con capacità complementari e straordinarie.

Il primo è Sporosarcina pasteurii, un batterio noto per la sua capacità di produrre carbonato di calcio attraverso l’ureolisi, un processo che, a temperatura ambiente, permette di formare un materiale simile al cemento. Il secondo è Chroococcidiopsis, un cianobatterio estremofilo, capace di resistere alle radiazioni UV e di produrre ossigeno, anche in condizioni simili a quelle marziane.

Alleanza biologica per costruire sul suolo marziano

L’interazione tra questi due batteri crea un sistema simbiotico in grado di trasformare la polvere marziana in un materiale solido. Chroococcidiopsis crea un ambiente favorevole rilasciando ossigeno e una matrice protettiva contro le radiazioni. Sporosarcina, protetta da questa micro-nicchia, può svolgere la sua funzione mineralizzante, cementando le particelle di regolite. Il risultato è un composto simile al calcestruzzo, ottenuto senza calore, mezzi pesanti o interventi umani diretti.

Questo processo, noto come biocementazione, è più di un’idea teorica. In laboratorio, campioni di regolite simulata sono già stati consolidati con successo attraverso queste reazioni microbiologiche. Il passo successivo è utilizzare questa bio-miscela come materiale per la stampa 3D, automatizzando la costruzione di habitat direttamente sul pianeta.

Verso habitat autonomi e sistemi chiusi

Le implicazioni vanno oltre la costruzione. I sottoprodotti metabolici di questi microrganismi, come l’ammoniaca, potrebbero alimentare coltivazioni in serra in ambienti a ciclo chiuso. La produzione di ossigeno da parte di Chroococcidiopsis potrebbe integrare i sistemi di supporto vitale degli astronauti. In un futuro più lontano, questi processi potrebbero contribuire persino a scenari di terraformazione parziale.

Restano però molte sfide: testare la stabilità del processo su larga scala, validarlo in condizioni di bassa gravità, ottimizzare i protocolli di stampa robotica in ambienti extraterrestri. Ma ogni prova, ogni simulazione, ogni microrganismo selezionato aggiunge un tassello concreto. Se un giorno vivremo su Marte, lo dovremo forse a creature invisibili, venute da molto più vicino di quanto immaginassimo.

 

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