Hanno trovato un teschio di cane di 11.000 anni fa: scoperte senza precedenti sui nostri amici a quattro zampe

Un racconto che inizia prima del previsto: cosa ci dicono le ossa dei primi cani.
Quando immaginiamo l’inizio della storia condivisa tra uomo e cane, pensiamo spesso a momenti recenti, legati all’addomesticamento e alla selezione moderna. Eppure, i segni di questa alleanza potrebbero risalire molto più indietro, scritti nel tempo e nella materia dei primi resti fossili. Un cranio antico può cambiare il modo in cui raccontiamo le origini di questa relazione.
Molti studiosi hanno a lungo creduto che la straordinaria varietà morfologica dei cani fosse il risultato diretto dell’allevamento selettivo avviato in epoca moderna, un prodotto della domesticazione strutturata avvenuta in tempi storicamente recenti. I cani, in questa visione, avrebbero cominciato a differenziarsi solo da pochi secoli, dopo millenni passati come animali relativamente simili tra loro e ai lupi.
Ma questa narrazione ha sempre avuto delle crepe. Alcuni reperti archeologici, rinvenuti in contesti mesolitici e neolitici, lasciavano intuire una maggiore complessità. Alcuni teschi apparivano già più gracili o più massicci, con proporzioni incompatibili con un’origine uniforme. Tuttavia mancava una conferma sistematica, uno sguardo complessivo in grado di coprire l’intera cronologia evolutiva della specie canina.
È proprio in questo spazio ancora incerto che si inserisce una ricerca globale appena pubblicata, frutto di oltre dieci anni di lavoro congiunto tra decine di istituzioni scientifiche. Lo studio ha messo a confronto 643 crani appartenenti a cani, lupi e ibridi di epoche diverse, risalenti fino a 50.000 anni fa. L’analisi, basata su modelli 3D e tecniche di morfometria geometrica, ha permesso di misurare con estrema precisione variazioni nella forma e nelle dimensioni dei crani.
Forme in trasformazione
I risultati mostrano che la diversificazione morfologica dei cani non è un fenomeno recente. Già 11.000 anni fa, durante il Mesolitico, esistevano differenze significative nelle taglie e nelle strutture craniche. La diversità raddoppia nel passaggio al Neolitico, raggiungendo livelli pari alla metà di quella osservabile nei cani moderni. Questo suggerisce un’evoluzione funzionale, con i cani che assumevano ruoli differenti all’interno delle prime comunità umane.
La riduzione delle dimensioni craniche, considerata un marker classico di domesticazione, compare tra 9.700 e 8.700 anni fa. Intorno agli 8.200 anni fa si osserva anche un aumento nella variabilità delle forme, segno di una pressione selettiva già molto articolata. Nessuno dei campioni del tardo Pleistocene, nemmeno quelli ipotizzati come “proto-cani”, mostra però i tratti distintivi della domesticazione, lasciando ancora aperta la questione sulle origini esatte del processo.

Una coevoluzione antica
La vera novità è che questa varietà non deriva dall’intervento umano recente, ma da un lungo percorso di adattamento condiviso. I primi cani non erano semplici animali addomesticati: crescevano insieme alle società, modificandosi con esse. Erano compagni di caccia, guardiani, forse anche simboli culturali. E in questo legame si è scolpita la loro diversità, molto prima della nascita dei pedigree.
Come ha sottolineato Carly Ameen dell’Università di Exeter, lo studio riporta l’attenzione su una storia evolutiva intrecciata, fatta di migliaia di anni di vita comune. Un cane dell’area russa di Veretye, vissuto circa 11.000 anni fa, è oggi la testimonianza più antica confermata di domesticazione: non un’eccezione, ma l’inizio visibile di un cambiamento più profondo.