"Gli scienziati non se lo aspettavano": i satelliti della NASA hanno catturato qualcosa di incredibile

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A volte è il caso a innescare le svolte scientifiche più sorprendenti. Un satellite progettato per studiare la superficie dell’acqua ha immortalato, per pura coincidenza, uno dei fenomeni naturali più violenti della Terra in un modo mai visto prima.

Quel che ha catturato ha costretto i ricercatori a rivedere alcune delle loro certezze più radicate. I grandi tsunami sono stati per decenni modellati come onde enormi, regolari, in grado di attraversare interi oceani con una forma stabile e prevedibile. 

Questa visione, seppure utile, semplifica un processo che nella realtà è molto più turbolento e irregolare. Fino a oggi, i limiti strumentali impedivano di ottenere un quadro continuo e dettagliato dell’evoluzione di un’onda lungo migliaia di chilometri. I sensori marini fornivano dati puntuali, mentre i satelliti riuscivano a malapena a sfiorare la superficie del problema.

Nel luglio 2025, però, un sisma di magnitudo 8.8 ha scosso la zona di subduzione delle Kurili-Kamčatka, generando un violento tsunami. In quel preciso momento, il satellite SWOT si trovava in orbita sopra il Pacifico, pronto a raccogliere informazioni su variazioni minime del livello del mare. Quel che ha registrato ha aperto un varco nella comprensione del fenomeno.

Il satellite ha mostrato un’onda tutt’altro che compatta: frammentata, caotica, disseminata di picchi secondari e variazioni complesse. Un pattern che non rientra nei modelli classici, ma che descrive una dispersione energetica reale e misurabile. Incrociando questi dati con quelli raccolti dalle boe oceaniche DART, i ricercatori hanno ottenuto non solo una conferma, ma anche una nuova mappa della rottura sismica.

Quando la realtà rompe il modello

Le onde sismiche marine, se molto lunghe rispetto alla profondità oceanica, sono state considerate finora “non dispersive”: un’onda viaggia compatta, senza modificarsi nella forma. Ma la rilevazione del SWOT ha smentito questa ipotesi. Le onde si sono frammentate, modulate e, in certi tratti, sovrapposte. I modelli numerici tradizionali non erano in grado di simulare questa complessità, mentre quelli più recenti che integrano effetti dispersivi si sono rivelati molto più precisi.

Anche la lunghezza della faglia che ha generato il sisma è stata rivalutata grazie a questi dati: circa 400 chilometri, ben oltre i 300 stimati in precedenza. Il ritardo e l’anticipo registrati da due mareografi rispetto ai tempi previsti ne sono stati la prova indiretta più evidente.

Una nuova generazione di allarmi tsunami

L’uso combinato di osservazioni satellitari e misurazioni oceaniche non è ancora una prassi diffusa. Le difficoltà derivano dalla necessità di integrare modelli idrodinamici complessi con quelli della propagazione sismica, due ambiti spesso trattati separatamente. Eppure, proprio questo caso dimostra che l’interazione fra diverse fonti di dati può restituire un quadro molto più realistico del rischio.

La possibilità che strumenti come SWOT vengano integrati nei sistemi di allerta precoce non è più remota. Non solo migliorerebbero l’accuratezza dei modelli previsionali, ma potrebbero contribuire a salvare vite, soprattutto in aree soggette a tsunami rapidi e devastanti. Ciò che un tempo sembrava invisibile, oggi comincia a diventare osservabile. E, forse, prevedibile.

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