Danni da telefonino, ecco quello che non vi hanno mai detto: come farne un uso responsabile

Il cellulare è ormai un’estensione delle nostre mani, onnipresente nelle giornate e vicino al corpo anche di notte. Ma quanto conosciamo davvero gli effetti delle sue emissioni? E cosa dice la scienza sulle nostre abitudini quotidiane con questo dispositivo?
Quando si parla di onde elettromagnetiche, la percezione comune oscilla tra paura e indifferenza. Il termine “radiazione” è comunemente associato a un pericolo, ma la realtà fisica è molto più sfumata. I telefoni cellulari operano all’interno di uno spettro ben definito di frequenze, le stesse utilizzate per le comunicazioni radio e per i forni a microonde, ma in potenza molto più bassa. Comprendere come queste onde interagiscano con il nostro corpo è il primo passo per distinguere tra allarmismo e prudenza.
Le tecnologie wireless che ci accompagnano ogni giorno, dal Bluetooth al Wi-Fi, si basano tutte su emissioni a bassa intensità. Eppure, il nostro uso del telefono si è fatto così continuo e ravvicinato da rendere opportuna una riflessione sulle esposizioni a lungo termine. Il dibattito scientifico è ancora aperto, ma esistono dati fisici chiari su come si comportano i campi elettromagnetici in funzione della distanza.
L’attenzione si concentra su quattro situazioni molto comuni: telefonate prolungate con il dispositivo all’orecchio, l’uso costante di cuffiette wireless, il telefono in tasca a contatto col corpo e il cellulare poggiato sul comodino durante la notte. Queste abitudini, seppur quotidiane, meritano un esame critico, alla luce dei meccanismi di emissione e propagazione delle onde.
Il primo punto da considerare riguarda la distinzione fondamentale tra radiazioni ionizzanti e non ionizzanti. I cellulari rientrano nella seconda categoria: emettono onde radio e microonde, incapaci di alterare direttamente la struttura del DNA. Tuttavia, queste onde possono generare un riscaldamento localizzato dei tessuti, come avviene con le microonde nel forno domestico, seppure in misura molto minore. Questo effetto è amplificato dalla vicinanza del dispositivo alla pelle, in particolare in zone sensibili come l’orecchio o la zona pelvica.
Quattro abitudini da ripensare
La fisica suggerisce una legge semplice e potente: l’intensità di un campo elettromagnetico diminuisce con il quadrato della distanza. Basta allontanare il cellulare di 20 cm per ridurre di oltre il 90% l’esposizione. È per questo che l’uso del vivavoce o delle cuffiette a filo rappresenta un’opzione molto più sicura rispetto al tenere il dispositivo all’orecchio. Le cuffiette Bluetooth, invece, pur emettendo anch’esse onde radio, operano con potenze circa cento volte inferiori rispetto al telefono stesso.
Tenere il cellulare in tasca, specialmente in aree dove il segnale è debole, comporta un’esposizione più intensa: il dispositivo aumenta la potenza di trasmissione per agganciarsi alla rete. Questo è uno dei motivi per cui le agenzie sanitarie invitano alla cautela, pur non avendo trovato ad oggi prove conclusive di pericolosità.
La posizione conta (più di quanto pensiamo)
Anche la posizione notturna del cellulare merita attenzione. Un dispositivo poggiato sul comodino a più di mezzo metro dalla testa riduce drasticamente l’intensità del campo assorbito. Diverso è il caso, frequente tra adolescenti e adulti, di chi dorme con il telefono sotto il cuscino o stretto in mano: in questi casi, la distanza minima annulla l’effetto protettivo della dissipazione del segnale.
Secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, i campi elettromagnetici a radiofrequenza sono stati classificati come “possibilmente cancerogeni per l’uomo” (gruppo 2B), una categoria che include anche sostanze di uso comune come l’aloe vera. Non esistono evidenze definitive, ma nemmeno la certezza di innocuità. In questa zona grigia, la distanza si conferma come il più semplice ed efficace strumento di precauzione.
